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LEGALE
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Rimborso per orari di lavoro massacranti e illegittimi
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Tra violazione dei diritti del lavoratore e del diritto alla salute dei pazienti

La disciplina italiana relativa all’ orario di lavoro e i tempi di riposo dei medici del servizio sanitario nazionale, che permette agli enti datori di lavoro di sottoporre il personale ad orari massacranti, si pone in netto contrasto con quanto previsto dalla Direttiva europea n. 2003/88/CE, la quale, al fine di promuovere il miglioramento della salute e della sicurezza dei lavoratori durante l’orario di lavoro, stabilisce un orario settimanale di massimo 48 ore – inclusive di straordinari – ed un periodo di riposo giornaliero di 11 ore per tutti i lavoratori. E’ chiara l’inadempienza rispetto a tali obblighi delle istituzioni sanitarie italiane, i cui lavoratori sono sottoposti ad orari di lavoro ben più lunghi di quelli previsti in sede europea e inidonei a garantire, finanche, l’effettività del diritto alla salute dei pazienti.

L’inadempimento, in realtà, si è perpetrato a partire dal 2008, quando, con  la Legge Finanziaria n. 244/2007 e la l. n. 112/2008, il legislatore, pur avendo in precedenza implementato correttamente la direttiva, ne ha frustrato gli effetti ultimi in relazione ai medici dipendenti dal servizio sanitario nazionale. Secondo le previsioni ivi contenute, infatti, «al personale delle aree dirigenziali degli enti e delle aziende del servizio sanitario nazionale, in ragione della qualifica posseduta e delle necessità di conformare l’impegno di servizio al pieno esercizio della responsabilità propria dell’incarico dirigenziale affidato, non si applicano le disposizioni di cui agli articoli 4 e 7 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n.66».

Chiara è la contraddizione tra l’appena richiamata normativa e la disciplina europea. A tal proposito, a poco è valsa fino ad ora la lettera di messa in mora n. 2011/4185, inviata a Roma dalla Commissione europea “relativa all’esclusione del personale medico da alcuni diritti previsti dalla direttiva 2003/88/CE”. Solo nel 2014, invero, con legge n. 161, l’Italia ha predisposto un graduale sistema di adeguamento, teso ad imporre alle Regioni, a partire dal 25 Novembre 2015, di addivenire ad un accordo con le parti sociali teso a disciplinare una riorganizzazione del lavoro di tutti i medici dipendenti pubblici e privati  in conformità all’appena citata normativa europea e all’applicazione della L.161/2014.

Malgrado tale ritardata ed ancora eventuale implementazione, il personale medico vittima di tale violazione resta comunque creditore nei confronti dello Stato del risarcimento del danno conseguente a tale colpevole privazione di una garanzia riconosciuta a livello europeo a tutti i lavoratori. Tale richiesta, da rivolgere unicamente allo Stato e non ai rispettivi datori di lavoro, è tesa ad ottenere il riconoscimento del giusto rimborso per le ore di lavoro in più non retribuite, nonché il risarcimento del danno non patrimoniale subito a causa della perdurante e colpevole inadempienza dello Stato.

Il danno subito, infatti, non è necessariamente solo patrimoniale e relativo alle ore di lavoro in più svolte illegittimamente, potendo anche configurarsi come biologico e non patrimoniale, relativo, cioè, allo stress conseguente all’eccessivo lavoro e agli ingiusti sacrifici imposti allo stile di vita del lavoratore.

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